
Mi sono reso conto che non parlo abbastanza dell’iPhone. Non perché sia obbligatorio parlarne, ma dovrebbe esserlo, perché usandolo non ci stupisce che la maggior parte del traffico dati su rete cellulare USA gli sia attribuibile (ci sono dati in Italia), né che Apple si stia avvicinando a grandi passi al miliardo di applicazioni scaricate.

Semplicemente il melafonino sta mantenendo le sue promesse. E’ un discreto telefono, ma la verità è che tra iPod, PSP, palmari e agognati netbook erano anni che sognavamo di avere tra le mani un oggetto, un solo oggetto, che potesse servirci per navigare su internet, leggere le email, ascoltare la musica, giocare e anche telefonare. Diciamo che prima eravamo obbligati ad avere in tasca il telefono perché serve e tutto il resto per svago o lavoro. Oggi, lì, c’è tutto.
La mia vita non sarebbe stata quella che è, probabilmente non avrei nemmeno intrapreso la strada che mi ha portato ad essere dove sono adesso, se non mi fossi imbattuto prima in un Commodore e poi nel mio primo Apple II, un GS, cui ha fatto seguito il mio primo Mac.
Bene, i tempi non sono certo più gli stessi e non è certo più un momento in cui l’abbracciare un prodotto ti porta anche a condividerne i valori e la filosofia, però nel suo piccolo, pur malsopportando che sia anche diventato l’accessorio glam di chi lo ha perché è di moda ma magari non lo usa perché non lo capisce, volevo ringraziare l’iPhone per aver reso molto più semplici e divertenti molti momenti della mia giornata, offrendomi tanto mentre mi porto appresso così poco.
